La mia generazione ha vissuto l'attentato a Borsellino ed alla sua scorta in modo tragico.
La mia generazione ha vissuto l'attentato a Borsellino ed alla sua scorta in modo tragico.
Ero ancora abbastanza giovane e impegnato in politica, nel movimento per la democrazia - la rete. Avevo conosciuto da poco tempo Antonino Caponnetto, vero e proprio maestro di vita per la mia generazione.
Era un periodo tremendo per il ns paese in guerra contro la mafia. Si in guerra. Da poco c'era stata la strage di Capaci. Un immenso dolore collettivo.
Giovanni Falcone, il primo ad assaggiare la delegittimazione prima della uccisione. La mafia isola e poi uccide. Il trasferimento a Roma, il tradimento della causa di cui veniva accusato... Con buona parte di una stampa e di alcuni antimafiosi finti che oggi fanno a gara per ricordarlo e per attaccare chi realmente combatte la mafia.
Giorni tremendi quindi. Giorni profumanti di tritolo.
Il 19 luglio 1992 avevo appena terminato un seminario della rete in Calabria. Caponnetto era ripartito per Firenze. Al seminario avevo notato che all'improvviso era aumentato il livello di protezione. Ho visto persino dei militari ed i loro autoblindo.
Sensazione strana.
Sul traghetto, ero diretto con gli altri retini a Palermo, arriva la notizia dell'uccisione della strage di via D'Amelio.
Arrivo a Messina. Prendo il treno per Palermo. La Sicilia appariva ai miei occhi, e probabilmente era vero, come divisa tra gli indifferenti abituali e gli sconvolti arrabbiati. Divisa in due.
A Palermo ho partecipato a tutte le manifestazioni di protesta... Tutte. Da quella spontanea davanti a Palazzo delle Aquile, a quella dei funerali di massa in Cattedrale.
Paolo Borsellino non l'ho mai conosciuto. Non ne ho avuto il tempo...
Come ricordarlo quindi senza retorica?
Combattendo la mafia.
Combattere la mafia quotidianamente è duro e se lo fai davvero non paga. Vieni considerato un rompiscatole. Uno che rovina il territorio felice. Come se il problema non fosse la mafia ma il parlare della mafia.
Succede più spesso di quanto pensiate nei territori che si cullano ancora nel mito che da noi non succede nulla.
Ultimamente mi sto occupando di Prato, ma vale pure in generale per buona parte dell'Europa.
Da Galciana partì il Fiorino di Via dei Georgofili.
A Prato c'è la guerra di mafia delle grucce. A Prato abbiamo oggi Tescaroli che non sottovaluta.
Eppure il negazionismo impera.
Ultimamente mi sto interessando anche del sud della Francia e della Corsica. Evoluzioni interessanti e preoccupanti.
Tanti anni fa operava un grande commissario a Marsiglia, amico di Giovanni Falcone.
Georges 'Nguyen Van Loc. Les flic. Lo sbirro. A lui si deve la nascita delle teste di cuoio francesi.
Fu uno dei primi a porsi il problema.
Ma non dobbiamo dimenticare nemmeno Mehdi Kessaci, fratello minore del noto attivista ecologista e antidroga Amine Kessaci ucciso nel 2025 a Marsiglia oppure l'attivista Corso Maxime Susini ucciso in Corsica nel 2019 ed i due giudici francesi Pierre Michelle ucciso nel 1981 a Marsiglia e Francois Reynaud nel 1975 detto lo "Sceriffo" a Lione.
Ricordare Borsellino e la sua scorta combattendo la mafia è quindi per me il miglior modo di ricordarli.


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